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Mr. StM's blog

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Fri, 01 July 2005, 15:45

Puntata del 26 ottobre 2004 di Ballarò, Piercamillo Davigo e Roberto Castelli.

(Sbobinamento svolto in proprio; chiedo scusa se Castelli qui ha un ruolo marginale... non è che mi abbia fatto proprio schifo per tutta la trasmissione, ma quando parla il Dottor Sottile rimango sempre affascinato)

Tempo trascorso dall'inizio del filmato: 1:40:55

Davigo: Intanto questa riforma non è probabilmente, non lo penso solo io, lo pensano i costituzionalisti, non è in linea col modello di magistratura disegnato dalla Costituzione. La Costituzione per cominciare esclude una carriera in senso proprio dei magistrati, dice [che] i magistrati si distinguono fra loro solo per differenti funzioni. E credo che sia un problema non soltanto di Costituzione ma di cultura, di un tipo di cultura o di un altro tipo di cultura. Il ministro Castelli ha usato prima una espressione che mi ha colpito, ha detto "i magistrati più ambiziosi". Io ho il terrore di un magistrato ambizioso. Sono stato educato...

Castelli: Non ci sono magistrati ambiziosi... dottore, è notorio che non c'è neanche un magistrato ambizioso in questo momento.

Davigo: Non importa se ci sono, ma se c'è un difetto non va premiato, non va incoraggiato. Sì, con questa riforma invece la incoraggiate, l'ambizione. Io sono stato educato al principio secondo cui il magistrato deve essere senza timore e senza speranza. Deve svolgere le sue funzioni senza aspettarsi un premio per quello che fa e senza temere una punizione. Perché altrimenti non sarà più libero di decidere secondo scienza e coscienza, che è esattamente quello che gli si chiede nel momento in cui deve disporre dei beni, dei figli, della libertà dei cittadini. Se pensa alla sua carriera, a come sarà valutato e non a cercare la verità, probabilmente sarà un cattivo giudice. Se cerca il consenso del governo che c'è al momento, o anche soltanto del popolo, della piazza, dell'opinione pubblica, della maggioranza, rischia di diventare un magistrato come il procuratore romano di Giudea, Ponzio Pilato, che infatti fece il referendum, "chi volete libero, Cristo o Barabba?". Il referendum lo vinse Barabba. Abbiamo l'indipendenza anche per questo. Allora un modello di magistrato che pensa essenzialmente alla carriera, perché poi prevedere la possibilità per alcuni di saltare gradi - assicuro sono assolutamente disinteressato, sono troppo vecchio perché qualcuno possa passarmi davanti con gli istituendi concorsi, ma creare un meccanismo in cui sarà avvantaggiato chi farà i concorsi significa che questi saranno in futuro tutti a capi degli uffici, e quindi significa scatenare una corsa tra chi eserciterà autorità su altri magistrati e chi non la eserciterà, significa creare, introdurre dei virus nel corpo della magistratura per cui anziché preoccuparsi di quello che è il proprio dovere ci si preoccuperà soprattutto di quella che è la propria carriera. Ed è un difetto, che non va incoraggiato, va semmai contenuto, va abolito, va ridotto al minimo possibile con l'educazione. Poi Pamparana proponeva un problema annoso, quello della politicizzazione. A parte il fatto che politicizzazione e parzialità [nell'originale: imparzialità] non sono affatto la stessa cosa, ma io mi chiedo, ci sono altri fattori che giocano nella cultura del giudice e quindi anche nella sua decisione, per esempio la sua religione, oppure la sua etnia. Ora, per anni ci siamo sentiti accusati di essere politicizzati; io per esempio personalmente sono stato accusato di essere una toga rossa, una toga nera, una toga azzurra, una toga di tutti i colori. Ma il giorno in cui un imputato non appartenente alla nostra etnia dirà "io non voglio essere giudicato da un giudice bianco", o il giorno in cui un imputato islamico dirà "io non voglio essere giudicato da un giudice cristiano", che cosa gli risponderemo? Perché questi virus terribili che sono stati introdotti nella percezione dell'opinione pubblica, per cui non si valuta più l'atto che il magistrato compie, ma l'etichetta che gli viene appiccicata, io lo trovo di inaudita pericolosità. Quand'ero ragazzino che andavo a catechismo mi avevano insegnato che la validità del sacramento non dipendeva dal fatto che il ministro fosse degno, ma dal fatto che fossero state rispettate le norme liturgiche, la comunione valeva anche se il prete aveva la fidanzata. E allora cerchiamo di discutere meno del colore della toga e di più dell'osservanza delle norme.

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