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Mr. StM's blog

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Sun, 17 July 2005, 20:40

da Carlo Rosselli, 1930, Socialismo Liberale, cap. VII. La data si riferisce alla prima edizione in francese, mentre il frammento che trovate più sotto è stato ricavato dall'edizione eseguita da Edizioni di "Giustizia e Libertà" (questa edizione di Socialismo liberale era pronta a Milano in periodo clandestino, prima dell'insurrezione, stampata a cura della tipografia Luigi Memo. Ne esistono 520 copie, numerate dall'1 al 520. Le Edizioni "U" stampano a Firenze la prima edizione del testo definitivo di Socialismo liberale, con prefazione di Marion Rosselli, appendice e indice analitico). Tanto ci sarebbe da dire su Carlo Rosselli, ma l'umile ricopiatore (io) non ha cultura storico/politica bastante a dire qualcosa che non si possa già trovare in rete, o su testi più approfonditi. Mi limito a segnalare questo articolo, che racconta della vita travagliata del libro in oggetto, e che mi premuro di ricopiare qui, non si sa mai che la pagina cambi di posto...


E John, figlio di Carlo, ha scritto: «L' Einaudi censurò mio padre»

di ENZO MARZO


Finalmente la polemica sulla «sfortuna» dell'opera di Carlo Rosselli può dirsi chiusa. La parola definitiva l'ha pronunciata il figlio di Carlo, John, nella prefazione scritta poco prima della sua morte al recente fondamentale volume di Stanislao Pugliese per Bollati Boringhieri su Rosselli. Peccato che finora non l'abbia notato nessuno. John qui ripercorre il rosario di date che segnano la sventura editoriale di Socialismo liberale e fotografa lo scandalo: il libro, scritto negli anni 1928-'29, a parte un'edizione quasi pirata del '45, dovette aspettare ben 44 anni prima di venire alla luce. E addirittura cinquanta prima d'essere diffuso in un'edizione per il lettore comune. Quando nel '95 denunciai questa stortura che tanto è costata alla sinistra democratica, ricevetti da Vittorio Foa un bacchettata: «Le ragioni per cui questo libro non è stato conosciuto sono molte, non nascono dalla sinistra». Mi dispiace, ma Foa, un padre della nostra democrazia, aveva torto. Ed è proprio John a certificarlo: «Cause furono la mia residenza in Inghilterra, che mi consentiva solo brevi viaggi in Italia, e l'evoluzione della politica italiana, rispecchiata in quella intellettuale della casa editrice Einaudi». E ancora, in più luoghi, è lo stesso John a sottolineare «il lancio ancora più inesistente» di tutte le edizioni da parte dell'editore.
Stendiamo un velo pietoso sulla scusa ridicola dei viaggi troppo brevi in Italia di chi, erede e gestore dei diritti d'autore, era convintissimo (come è noto a quanti conoscono le vicende della famiglia Rosselli), proprio perché ortodosso e settario come può esserlo solo un marxista all'inglese, che il libro del padre valesse pochissimo. Però registriamo la denuncia, anche se tardiva, contro la casa editrice Einaudi. La sua non fu sciatteria, ma segno d'un preciso disegno di politica culturale, sulla scorta dell'indirizzo togliattiano, di mettere la sordina a un pensiero politico che avrebbe contraddetto in modo radicale quel dogma del Migliore che non c'era e non ci poteva essere altra sinistra ideale se non quella comunista. Si poteva dare spazio a una revisione come quella rosselliana così drastica nei confronti del marxismo? Certo, no. La stroncatura di Giorgio Amendola ne è la riprova. Che poi la costruzione di un'altra sinistra venisse da un martire vero dell'antifascismo e soprattutto da un liberale ineccepibile era accettabile? Si poteva permettere la «fortuna» d'un liberalismo eterodosso rispetto all'immaginetta d'un liberalismo conservatore tutto italiano che all'epoca faceva così comodo soprattutto a sinistra? Ora la risposta definitiva ce l'ha data un testimone molto attendibile perché - diciamolo - di parte avversa. Ma il danno arrecato ormai è irreversibile.

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Gli Italiani e la libertà
da Carlo Rosselli, 1930, Socialismo Liberale, cap. VII.

Il problema italiano è essenzialmente un problema di libertà: cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nel campo individuale, e di organizzazione della libertà nel campo sociale, cioè nella costruzione dello stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi non è possibile avere uno stato libero. Senza coscienze emancipate non è possibile avere classi emancipate. Non è un circolo vizioso. La libertà comincia con l'educazione dell'uomo e si realizza col trionfo di uno stato di liberi uguali nei diritti e nei doveri, uno stato in cui la libertà di ciascuno è la condizione e il limite della libertà di tutti.

Bisogna dirlo una buona volta, perché purtroppo è esatto che in Italia l'educazione dell'uomo, la formazione dell'individuo, cellula morale di base, è ancora in gran parte da fare. La miseria, l'indifferenza, una rinuncia secolare fan sì che nella maggioranza si deplora l'assenza di questo senso geloso e profondo dell'autonomia e della responsabilità. Un asservimento che durò dei secoli ha fatto sì che la media degli italiani esiti ancora tra la rassegnazione dello schiavo e la rivolta anarchica. La concezione della vita come lotta o come missione, la nozione della libertà come un dovere morale, la coscienza dei limiti del loro diritto e di quello altrui, fanno difetto negli italiani.

Essi hanno più spesso l'orgoglio della loro persona nei rapporti esterni, che quello della loro personalità. La loro vita interiore, assai ricca, è tuttavia unilaterale: essa è assai ricca sopratutto nel campo sentimentale in cui assume forme istintive ed esasperate. La calma riflessione sui più vasti problemi dell'esistenza, quel tormento spirituale fecondo che crea lentamente tutto un mondo interno, che solo più conferire la coscienza di sé come unità distinta ed autonoma, tutto ciò manca a troppi italiani.

L'educazione cattolica -pagana nel culto e dogmatica nella sostanza- insieme ad una lunga serie di governi tutelari, hanno impedito per dei secoli agli italiani di pensare in prima persona. La miseria ha fatto il resto. Ancor oggi l'italiano medio abbandona alla chiesa la propria indipendenza spirituale: ed attualmente lo stato, elevato al rango di scopo, lo costringe a separarsi anche dalla sua dignità di uomo ridotto allo stadio di semplice strumento.

Logica conclusione di un processo di rinunzia passiva.

Il "dolce far niente" degli italiani, -ingiuriosa leggenda nel campo materiale,- ha, bisogna dirlo, qualche fondamento nel campo morale. Gli italiani sono moralmente pigri. Vi è in essi un fondo di scetticismo e di opportunismo che li conduce facilmente a contaminare tutti i valori disprezzandoli, ed a trasformare in commedie le tragedie più cupe. Abituati a ragionare per mezzo di intermediari sui grandi problemi della coscienza -vera abdicazione dello spirito- è naturale che si rassegnino facilmente ad abbandonare anche il loro ruolo nei grandi problemi della vita politica. L'intervento del "deus ex machina", del duce, del domatore, -lo si chiami Papa, Re o Mussolini- risponde spesso in loro ad una necessità psicologica. Considerato sotto questo angolo visuale, il governo di Mussolini è tutt'altro che rivoluzionario; si riattacca anzi alla tradizione e continua sulla via del minimo sforzo.

Contro tutte le apparenze, il fascismo è il risultato più passivo della storia d'Italia, è un gigantesco ritorno ai secoli passati, un fenomeno abbietto di adattamento e di rinuncia. Mussolini ha trionfato grazie ad una diserzione quasi universale, attraverso una lunga tessitura di saggi compromessi. Solo faticosamente qualche minoranza di proletari e di intellettuali ha avuto il coraggio di affrontarlo con intransigenza radicale, dall'inizio. Mussolini fornisce tutta la misura della sua banalità quando considera il problema dell'autorità e della disciplina come il problema pedagogico essenziale per gli italiani. Non, non è questo che bisogna insegnare agli italiani: da secoli essi si sono piegati a tutte le dominazioni, essi hanno servito tutti i tiranni.

Fin qui la nostra storia non offre nessuna vera rivoluzione popolare. In tutte le epoche il popolo italiano ha espresso dal suo seno individui assai elevati ma solitari e inaccessibili. Minoranze eroiche, caratteri di ferro. Ma non ha mai saputo realizzare sé stesso. L'Italia si è tenuta lontana dalle lotte religiose, lievito essenziale del liberalismo, atto di nascita dell'uomo moderno. Il cattolicesimo italiano, contaminato dalla curia romana così come dal conformismo passivo, doveva restare estraneo anche al processo di purificazione che seguì la Riforma. In terra di monopolio, il cattolico non ha nulla di comune col cattolico in terra di concorrenza.

Per dei secoli noi abbiamo vissuto di luce riflessa nel mondo della politica. Le grandi ondate della vita europea ci sono giunte attenuate.

Non vi fu nulla, fino alla lotta per l'indipendenza, che non sia stato opera di una minoranza e non già la passione di un popolo. Soltanto un certo numero di centri urbani nel nordo parteciparono attivamente alla rivolta contro lo straniero. Nel centro e nel mezzogiorno d'Italia i Savoia, dopo un primo momento di entusiasmo, furono tosto l'equivalente dei Lorena e dei Borboni. La burocrazia piemontese serrò nelle sue spire tutta l'Italia paralizzando gli ultimi sussulti di autonomia. Il trionfo della corrente monarchica e diplomatica riuscì, come in Germania, a separare violentemente il mito unitario dal mito libertario. Mazzini e Cattaneo furono i grandi vinti del Risorgimento. La libertà politica stessa che si imporrà lentamente nel corso dei lustri che seguiranno, sarà figlia di transazioni e di concessioni tacite.

La conquista della libertà non si riattacca in Italia ad alcun movimento di massa capace di giocare un ruolo di mito o di avvisatore. La massa restava assente. Il proletariato non seppe conquistare le sue libertà specifiche di organizzazione, di sciopero, il suo diritto di voto al prezzo di sforzi e di sacrifici prolungati. Il suo tirocinio, intorno al 1900, fu troppo breve. Quanto al suffragio universale, esso apparve ciò che in realtà era, un allargamento calcolato nelle alte sfere. La regola secondo la quale si ama e si difende soltanto ciò per cui si è molto lottato e si son fatti dei sacrifici, ha avuto la sua prova più tipica nell'esperienza fascista. L'edificio liberale crollò come cosa morta al primo urto e le classi lavoratrici assistettero inerti alla negazione dei valori ancora estranei alla loro coscienza.

Quando oggi Mussolini enumera le cifre dei suoi branchi e delle sue mute e si vanta dell'unanimità, del partito unico, della sparizione di ogni opposizione sostanziale, di ogni libera iniziativa di minoranza combattiva, in nome di una pretesa rivoluzione da carnevale non fa altro in realtà che ricominciare i fasti del borbonesimo.

Non ci lascia neppure la consolazione di vedere in lui uno straniero, un padrone in virtù di armate numerose.

In verità il suo spirito di romagnolo fazioso lo disporrebbe facilmente alla battaglia: ma una battaglia egli non sa concepirla che sotto la forma di una forza brutale. L'orgoglio dispotico del dittatore lo costringe a reprimere sistematicamente ogni ardore di opposizione e di lotta. Malgrado tutto, la sua intransigenza settaria serve alla causa della libertà. Col manganello e le manette, con le sue persecuzioni raffinate, Mussolini sta creando in decine di migliaia di italiani moderni i volontari della libertà. La logica formidabile degli strumenti di repressione furiosa di cui attualmente egli è prigioniero, sta per diventare la nostra migliore alleata.

Per la prima volta nella storia d'Italia, la rivendicazione dei diritti inalienabili della persona e del self-government si pone come il problema di un popolo e non più di una setta di iniziati. Non vi è italiano, per incolto e miserabile che sia, che possa ignorare il fascismo e i problemi di vita e di morte che esso solleva. L'ultimo degli operai del fondo della Calabria può oggi soffrire e sperare in virtù della medesima causa che fa soffrire e sperare l'intellettuale più raffinato e l'industriale moderno dell'Italia del nord. Attraverso tante miserie ed umiliazioni, la coscienza del valore della libertà sta per nascere in modo drammatico in vaste zone del popolo italiano.

Si potrebbe quasi dire che gli italiani sono psicologicamente più liberi oggi, in questa lotta disperata per la conquista delle autonomie essenziali, di quanto non lo fossero ieri col sedicente stato costituzionale di Giolitti e le migliaia di associazioni indipendenti. Giustamente qualcuno vede il problema attraverso la lente del suo interesse e del suo partito, ma il fuoco sta per avvolgere tutto e questo fuoco è la libertà. I comunisti stessi, malgrado tanta facile ironia si vedono costretti a spiegare la dittatura per mezzo della libertà; l'oppressione fascista prepara l'unità morale del popolo italiano.

Comments:

marcos, Mon, 18 July 2005, 20:58

Pochi giorni fa devo aver fatto il tuo stesso iter googlesco...
...anche tu sei partito da www.radicalidisinistra.it ?

 

StM, Mon, 18 July 2005, 21:51

 
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