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Mr. StM's blog

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Sat, 13 August 2005, 16:20

Una goccia nel mare della disinformazione (ancora e sempre 1994)

Come vediamo coi nostri occhi anche in questi giorni, certa gente non impara mai.

Un'opinione molto diffusa in Italia, per la precisione diffusa da chi ha interessi illeciti nel dare addosso alla magistratura (poiché comunque ve ne sono anche di leciti, nel criticarne alcuni difetti), è che il pool di Mani Pulite, politicizzato da far schifo, abbia notificato un avviso di garanzia (quando in realtà c'era anche un invito a comparire) all'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mentre costui presiedeva la conferenza mondiale sulla criminalità (martedì 22 novembre 1994); non solo, ma la ributtante magistratura politicizzata avrebbe anche alimentato la fuga di notizie che avrebbe fatto in modo che il giornale "Il Corriere della Sera" potesse sapere della cosa in anteprima (prima del destinatario dell'invito!). Riporto qui le pagine del libro Mani Pulite - La vera storia che mettono la vicenda sotto una luce diversa (e sinistra, se vogliamo).


Tratto dal libro: Barbacetto G., Gomez P., Travaglio M., 2002, Mani Pulite. La vera storia, Editori Riuniti, pp. 281-287.


Di Pietro spinge il carrello

Di Pietro incrocia tutti gli elementi a carico del Cavaliere e li raccoglie, preceduti da un promemoria riassuntivo, in un unico faldone. Che, a colpi di fotocopiatrice, viene moltiplicato per cinque e consegnato ai colleghi interessati: Borrelli, D'Ambrosio, Colombo, Davigo e Greco. Di Pietro li chiama a uno a uno il 13 novembre: «Ci sono novità su Berlusconi, ora arrivo». E passa di ufficio in ufficio, spingendo il carrello e distribuendo le varie copie del dossier: «Siamo a una svolta, è tutto li dentro, studiate le carte e poi ditemi che ne pensate».

L'indomani, 14 novembre, si tiene una prima riunione. Ordine del giorno: l'eventuale iscrizione del presidente del Consiglio sul registro degli indagati. D'Ambrosio e Greco, sulle prime, temporeggiano, preoccupati dal calendario politico denso di appuntamenti cruciali: le elezioni amministrative del 20 novembre, la finanziaria, la riforma delle pensioni, le minacce di crisi lanciate da Bossi. Borrelli ascolta. Di Pietro è molto risoluto: «Berlusconi ce l'abbiamo in pugno. Il pass è la prova del nove che lui c'entra, che sapeva tutto, che le tangenti le autorizzava lui e poi, una volta scoperte, metteva il silenziatore a chi poteva parlare. Quando noi le scopriamo, Berruti va a parlarne con Silvio, mica con Paolo [...]. Voglio vederlo, all'interrogatorio, quando gli sbattiamo sotto il naso il pass. L'indagine è praticamente chiusa: lo interroghiamo, poi chiediamo il rinvio a giudizio. Con queste prove, il processo sarà una passeggiata. Non me lo voglio perdere».

Colombo e Davigo concordano: «Di fronte a una simile notizia di reato», ricordano, «l'iscrizione è obbligatoria, un "atto dovuto". Certo, quella fine d'anno era zeppa di appuntamenti politici importanti. Ma a dar retta alle obiezioni di Greco e D'Ambrosio avremmo dovuto attendere settimane, forse mesi. Invece l'interrogatorio era urgente. Era giusto trattare Berlusconi come tutti gli altri indagati. E lasciare che fossero i tempi processuali, e non quelli politici, a scandire il calendario dell'inchiesta. Era la regola che ci eravamo dati dopo i primi mesi di Mani pulite: non lasciarci condizionare, nei tempi, dalle scadenze "esterne". E la seguimmo anche quella volta».

Cosi si decide l'iscrizione, contestuale all'invito a comparire. «Per tre ragioni», spiega Davigo. «Primo: c'era la necessità di interrogare al più presto Berlusconi e Berruti, separatamente ma contemporaneamente, prima che i due venissero a sapere che avevamo trovato il pass e potessero cosi concordare una versione di comodo su quello che per noi era un fatto importantissimo: il loro incontro a palazzo Chigi. Secondo: se avessimo iscritto Berlusconi senza "avvisarlo", c'era il rischio che lo venisse a sapere dai giornali. Le fughe di notizie erano all'ordine del giorno, com'è purtroppo inevitabile quando una cosa la conoscono in tanti. Terzo: l'indagine ormai era chiusa». D'Ambrosio aggiunge un quarto motivo: «Se non avessimo iscritto Berlusconi, avrebbero potuto accusarci di violare i diritti di difesa. L'iscrizione è un obbligo previsto dal codice a tutela dell'indagato, perché a partire da quel momento decorrono i termini di scadenza delle indagini. E a Milano stavano arrivando gli ispettori ministeriali. Mettendo il naso nelle carte, avrebbero potuto chiederci: "E questo cos'è? Perché non avete iscritto questo signore nel registro?". E sospettarci di voler indagare surrettiziamente sul presidente del Consiglio, per prolungare le investigazioni oltre il termine consentito».

Giovedì 18 novembre, seconda e ultima riunione sul tema Berlusconi. Tutto il pool è d'accordo sul da farsi: iscrizione e invito a comparire subito, intertogatorio il 26, richiesta di rinvio a giudizio entro l'anno («Ne avevo già preparata una bozza sul mio computer», rivela oggi Di Pietro) e processo-lampo, possibilmente nel 1995. «Sarà un Cusani-bis», annuncia Di Pietro ai colleghi. Stavolta, alla sbarra, siederà l'uomo simbolo della seconda Repubblica. E lui, ancora una volta, sul banco dell'accusa.

Domenica 20 ci sono le elezioni amministrative. Il primo giorno utile è lunedì 21, il più lontano dal ballottaggio (4 dicembre). I carabinieri, oltretutto, assicurano a Borrelli che, inaugurata al mattino la conferenza mondiale sulla criminalità a Napoli, quella sera il Cavaliere rientrerà a Roma per impegni di governo. «E poi», ricorda Davigo, «non bisogna dimenticare che la convocazione del premier doveva restare segreta, e se fosse dipeso da noi lo sarebbe rimasta. Dunque, semmai, la data che avrebbe potuto avere un impatto pubblico non era quella della consegna dell'invito, ma quella dell'interrogatorio: potevamo sperare di tenere segreto l'invito, ma non potevamo certo pensare che l'interrogatorio del presidente del Consiglio sarebbe passato inosservato. Lo fissammo per sabato 26, quando prevedevamo che Berlusconi fosse più libero da impegni istituzionali. Chi oggi ci rimprovera la coincidenza con la conferenza di Napoli, non considera che aspettare una settimana avrebbe significato andare con l'interrogatorio proprio alla vigilia del secondo turno amministrativo».

Le elezioni di domenica 20 si rivelano un mezzo disastro per Forza Italia: in difficoltà per la riforma delle pensioni, per i distinguo del Ccd e di An sulla politica sociale e per le bizze di Bossi, che ormai minaccia apertamente la crisi, il partito del premier perde fino a dieci punti.

Lunedì 21 mattina, i Carabinieri di Milano festeggiano la loro patrona, la Virgo Fidelis. Ma a mezzogiorno due alti ufficiali, il comandante regionale, generale Niccolo Bozzo, e il comandante provinciale, colonnello Sabino Battista, si allontanano dalla cerimonia. Li ha convocati Borrelli nel suo ufficio, per avvertirli che nel pomeriggio bisogna consegnare un invito a comparire al presidente del Consiglio. E quell'insolito viavai di uniformi di gala nell'ufficio del procuratore insospettisce i cronisti più smaliziati. Verso le 13, Davigo si chiude nella sua stanza con un ingegnere informatico. Tocca a lui - e non a Di Pietro, per dare meno nell'occhio - provvedere alle operazioni di iscrizione. L'ufficio ormai è deserto, l'assedio dei giornalisti è tolto, e cosi pure l'andirivieni della polizia giudiziaria. Davigo opera personalmente, sul suo computer, con una procedura «antiintruso» che richiede un'apposita modifica del programma informatico. Intanto, nel suo ufficio, Di Pietro compila il modulo dell'«invito a presentarsi nei confronti di persona sottoposta a indagini» intestato a «Berlusconi Silvio»: una pagina in tutto, alla quale viene allegato il capo d'imputazione, quasi interamente copiato da quello già contestato al fratello Paolo. Altre tre pagine: «Quale controllore di fatto delle società del gruppo Fininvest», il Cavaliere deve rispondere di tre tangenti alla Guardia di finanza (per le verifiche nelle società Videotime, Mediolanum e Mondadori). Nessun accenno all'arma segreta; il pass.


«Convocate il Cavaliere»

Di Pietro consegna i quattro fogli a Borrelli e parte per Parigi, dove è stato appena arrestato Mach di Palmstein. Borrelli affida la busta arancione a due ufficiali dell'Arma: il comandante del reparto operativo di Milano, tenente colonnello Emanuele Garelli, e quello del nucleo operativo, maggiore Paolo La Forgia (lo stesso che due anni prima aveva recapitato il primo avviso di garanzia a Craxi). Devono consegnarla personalmente a Berlusconi, nel tardo pomeriggio, a palazzo Chigi. I due partono per la capitale con l'auto di servizio. «Quel pomeriggio - spiega Borrelli - Berlusconi ci risultava già in viaggio da Napoli a Roma. Infatti mandai gli ufficiali a Roma, e non, come si è sempre voluto far credere, a Napoli».

Non sa che il Cavaliere ha deciso di restare a Napoli per presiedere la conferenza anche il martedì mattina. Quel che succede dopo verrà ricostruito, con qualche inevitabile approssimazione sugli orari, dagli ispettori ministeriali, dal Csm e da quattro inchieste penali aperte dalle Procure di Milano e di Brescia.

Alle 19,40, quando raggiungono palazzo Chigi, Garelli e La Forgia trovano soltanto il consigliere diplomatico Giampiero Massolo. Questi chiama il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta, che avverte Berlusconi di quella visita inaspettata. Poco dopo le 20 Garelli chiama Borrelli (che sta rientrando a casa in auto dalla Procura) per comunicargli che lo scenario è cambiato e chiedere nuove istruzioni. Il procuratore, per cautelarsi da eventuali fughe di notizie, autorizza l'ufficiale a contattare Berlusconi a Napoli e a leggergli il contenuto dell'atto. Cosa che Garelli fa, con la mediazione di Massolo. Intanto Letta telefona a Cesare Previti, che come ministro della Difesa (responsabile anche sui carabinieri) potrà informarsi presso i vertici dell'Arma. Previti si trova in Spagna e, al telefono, chiede subito lumi al comandante generale Luigi Federici. Ma neppure lui sa nulla: lo saprà qualche minuto più tardi, dopo un giro di telefonate ai comandanti di Milano. Poco prima delle 21, Berlusconi chiama Garelli sul cellulare e gli chiede chiarimenti. L'ufficiale gli parla di un invito a comparire. Berlusconi, impaziente, gli dice di aprire la busta e di spiegarsi meglio. Garelli apre, da un'occhiata al documento, e dice: «Si parla di tangenti alla Guardia di finanza...». Ma il premier ha fretta: lo attende il palco reale del teatro San Carlo, per il concerto di gala di Luciano Pavarotti, fissato per le 21. Così, per i dettagli, da appuntamento all'ufficiale a due ore dopo.

Sulla linea Milano-Roma s'incrociano altre telefonate eccellenti. Intorno alle 21, Garelli avverte Borrelli di aver informato Berlusconi. Intanto Borrelli riceve la telefonata del giornalista del Corriere Goffredo Buccini (rientrato precipitosamente da Roma a Milano nel tardo pomeriggio), a caccia di conferme alle voci che vogliono Berlusconi indagato. «Non ho nulla da dire - risponde — prendo atto di quanto lei mi sta riferendo». E mette giù. Poi avverte Scalfaro, spiegandogli che «l'invito a comparire è in corso di sommaria notificazione all'interessato da parte dei carabinieri». «Avvertii il capo dello Stato - spiegherà il procuratore - per considerazioni di geometria istituzionale e perché ritenni sconveniente che apprendesse da altre fonti un avvenimento giudiziario di quel rilievo. D'altronde non violavo alcun segreto investigativo: l'invito a comparire, come l'avviso di garanzia, non è segreto, perché destinato all'indagato. Il nuovo codice prevede il segreto solo per gli atti che non siano conoscibili dagli indagati. E io avvertii il presidente solo dopo che i carabinieri mi confermarono di avere notificato sommariamente l'invito a Berlusconi». Il presidente è turbato e irritato: «Ma come — domanda - proprio durante la conferenza sulla criminalità?». E Borrelli: «Un fatto nuovo ci ha imposto di procedere, l'iscrizione e la convocazione per l'interrogatorio non erano più rinviabili».

Intanto Buccini ci prova anche con Davigo. Con lo stesso risultato. «Ma le sembrano cose di cui parlare con un magistrato? - taglia corto il pm. - Non dico nulla su argomenti del genere». Clic.


Da dov'è uscita la notizia?

Tra le 22 e le 22,30 Buccini e il suo collega Gianluca Di Feo (che fin dal mattino, come alcuni altri giornalisti, ha iniziato a subodorare quel che sta accadendo, e insieme a Paolo Foschini del quotidiano Avvenire ha ricevuto una mezza «dritta» in tal senso) ottengono finalmente una misteriosa quanto «autorevole conferma», che induce il direttore Paolo Mieli a rompere gli indugi e a «smontare» la prima pagina per inserirvi, a sei colonne «di spalla», la notizia-bomba.

Dopo le 23, finito il concerto, Berlusconi richiama Garelli, che può finalmente leggergli il testo dell'invito a comparire. Ma fa in tempo a citare soltanto i primi due capi d'imputazione, relativi alle mazzette di Mediolanum e Mondadori. Poi, mentre sta per leggere il terzo (Videotime), Berlusconi lo interrompe: «Va bene, ho capito, basta così». E mette giù, dopo avergli dato appuntamento per l'indomani alle 14, a palazzo Chigi, per la notifica. Guardacaso, il giorno dopo, il Corriere riporterà soltanto i primi due capi di imputazione. Titolo: «Milano, indagato Berlusconi». Occhiello: «L'iscrizione sul registro decisa dalla Procura per l'ipotesi di due pagamenti alle Fiamme gialle». Nell'articolo si parla dei 130 milioni per la Mondadori e dei cento per la Mediolanum. Della terza accusa, 100 per Videotime, nessuna traccia. E questa straordinaria coincidenza fa sospettare agli uomini del pool — Borrelli e Davigo in testa — che la decisiva conferma al Corriere possa essere partita proprio dall'entourage del Cavaliere.

Prima dell'uscita del Corriere, comunque, oltre allo staff berlusconiano, un'ampia cerchia di persone è venuta a conoscenza della notizia: Scalfaro e i suoi consiglieri, almeno quattro ufficiali dei carabinieri di Milano e il loro comandante generale, alcuni dipendenti e consulenti della Procura di Milano, oltre ai magistrati del pool e ad alcuni uomini della polizia giudiziaria. «Noi - osserva oggi Davigo — eravamo gli ultimi ad avere interesse che la notizia uscisse in quei tempi e in quei modi, essendo facilmente prevedibile l'uso che si sarebbe fatto di quella sciagurata fuga di notizie. Io resto convinto che la conferma al Corriere l'abbia data qualcuno dell'entourage di Berlusconi». Borrelli è della stessa idea: «La mia intima convinzione è che la notizia sia uscita da lì, da ambienti della presidenza del Consiglio. I più interessati erano loro». Subito, infatti, lo scandalo del premier indagato per corruzione viene offuscato dallo scandalo dello scoop del Corriere.

Le successive inchieste ministeriali, disciplinari e penali escluderanno che la fonte fosse un magistrato del pool. Buccini e Di Feo, davanti alla Procura di Brescia, si avvarranno della facoltà di non rispondere. Dai tabulati dei loro telefoni cellulari emergerà, fra l'altro, una chiamata alla «batteria» di palazzo Chigi intorno alle 21,30. Ma a chi abbia inoltrato la telefonata lo speciale centralino (in grado di rintracciare chiunque) resta un mistero. Paolo Mieli, intervistato da Panorama il 16 dicembre 1994, dirà di aver deciso la pubblicazione dopo che la notizia era stata confermata addirittura da «cinque fonti». Testimoniando poi in un processo per diffamazione, il 21 dicembre 2001, aggiungerà: «Non contattai il presidente del Consiglio né il suo entourage, né diedi disposizione perché altri lo facessero».

Nessuno sa dire se e come abbia dormito, quella notte, il presidente del Consiglio. Si sa però come si è svegliato l'indomani: verso le 6, con la telefonata di Gianni Letta, avvertito da Enrico Mentana, a sua volta buttato giù dal letto dalla collega della rassegna stampa mattutina del Tg5. Sulle prime, Berlusconi - come racconterà lui stesso — decide di rientrare a Roma, per evitare dì presiedere la seconda giornata della conferenza, che proprio quel martedì si occuperà anche di corruzione. Poi però, dopo un altro colloquio con Letta, cambia idea e rimane a Napoli almeno per la mattinata. Il che conferma che nulla lo obbligava a presiedere i lavori anche quel giorno. Come dirà Davigo ad America Oggi (in un'intervista che gli costerà un procedimento disciplinare davanti al Csm, promosso dal ministro ulivista Flick e chiuso con l'assoluzione), «un presidente del Consiglio che sa di essere indagato per corruzione non espone la sua immagine e quella del suo paese, presiedendo una conferenza internazionale sulla criminalità». Aggiunge oggi Davigo:

Ci siamo dimenticati che tutto ciò è accaduto perché la Fininvest, l'azienda del presidente del Consiglio, corrompeva la Guardia di finanza. Questo poteva screditare l'Italia agli occhi del mondo, non l'invito a comparire, che ne era soltanto una conseguenza. Berlusconi aveva appena avuto il fratello ricercato per due giorni, aveva diversi dirigenti e manager arrestati o indagati, era indagato lui stesso per corruzione, e discuteva con i partner internazionali su come combattere il crimine: di questo si parlerebbe in un paese normale, non dell'invito a comparire.


Invece, in Italia, il 22 novembre 1994 si parla molto dell'invito a comparire e poco delle tangenti alle Fiamme gialle. La prima reazione ufficiale di palazzo Chigi è affidata, in mattinata, a un comunicato del nuovo, sfortunato portavoce, Jas Gawronski, insediato da pochissimi giorni. Gawronski esordisce con una bugia: «La notizia dell'invito a comparire è stata data direttamente al Corriere della sera anziché alla persona interessata». Non è vero: la persona interessata è stata la prima a saperla, la sera precedente.

Poi Berlusconi, nella conferenza stampa di mezzogiorno, affronta i giornalisti di tutto il mondo:

Questi signori della Procura di Milano hanno pensato di inviare un avviso di garanzia al presidente del Consiglio, e non direttamente: hanno dato la notizia prima a un suo avversario e al principale quotidiano italiano. E questo è un reato: violazione del segreto istruttorio [ma, come abbiamo visto, gli inviti a comparire non sono segreti per definizione] [...]. Giuro sulla testa dei miei figli che non so nulla di quanto mi viene contestato. Sono vittima di una grande ingiustizia. Mi dicono che questo avviso è la risposta a quanto stiamo facendo. Prendo atto che la notizia è stata data direttamente ai giornalisti anziché alla persona interessata.


Poi estrae il consueto asso dalla manica: «Ho deciso di vendere le mie aziende, che ho costruito in quarant'anni di lavoro». Si smentirà nel giro di due settimane: «Non posso vendere, se no i miei collaboratori si demotivano».
In serata il presidente del Consiglio invia un monologo in videocassetta a tutti i telegiornali. Un messaggio alla nazione dai toni drammatici:

Io non mi dimetto e non mi dimetterò [...]. Non siamo disposti a consentire che un abuso e una strumentalizzazione infami della giustizia penale conducano al massacro della prima regola della democrazia: deve governare chi ha i voti.


Il video si conclude con un'intimazione a Scalfaro di sostenerlo «senza tentennamenti né ambiguità».

Il capo dello Stato monta su tutte le furie e fa filtrare tramite i giornali tutta la sua irritazione. Poi telefona a Letta: «Ma chi è Berlusconi? Da chi riceve il mandato? Come si permette di dire quelle cose sulla magistratura e sulla mia persona? Se non parlo adesso è per senso di responsabilità, la situazione non lo consente...». E, al termine della chiamata, si fa il segno della croce. Il 24 novembre Berlusconi chiederà invano di essere ricevuto al Quirinale. Niente da fare. Scalfaro gli fa comunicare da una segretaria che è troppo impegnato: deve ricevere il presidente della Guinea-Bissau e una delegazione della Coldiretti. Il Polo, intanto, lo cannoneggia. Ferrara lo accusa apertamente di aver «tramato» con il pool per rovesciare Berlusconi. E persino un moderato come il vicepremier Tatarella sbotta: «Ma su, chi può accettare lezioni di morale da Scalfaro senza ricordare Salabè, l'architetto del caso-Sisde [amico di Marianna, la figlia del presidente]? Di questo passo troveremo scritto sui muri non più "Viva Borrelli", ma "Viva Salabè"... Qui si tenta un'operazione antidemocratica, una truffa».

Berlusconi viene ricevuto solo il giorno 25 e Scalfaro, sulla porta, lo avverte: «Lei non può pretendere che io sia il primo partigiano del suo governo». Cosi il Cavaliere abbassa i toni, e ammette addirittura che «i magistrati hanno pieno diritto a indagare su chiunque, quale che sia la sua posizione sociale, civile e politica».

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StM, Sat, 13 August 2005, 18:19

 
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